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Flashback da Segou, ovvero la mia Timbuktu - Le Grand Griot oggi è vecchio, e passa il pomeriggio a recitare il rosario su una sedia al'ombra davanti all'hotel. Dicono che una volta, molto tempo fa, gli ospiti finivano di cenare a Yassa Poulet, e Foutou e lui si sedeva alla kora cantando l'epopea di Sundiata Keita, l'Imperatore del Mali. Gli ospiti parlavano e ascoltavano sorseggiando tè alla menta forte.
Il figlio o il nipote, non ho ben capito, che gestisce oggi l'albergo, un uomo alto, magro, sui 40 anni, sembra aver deciso che affittare camere ad ore alle protitute sia profittevole almeno quanto gestire un normale hotel per turisti; sicuramente meno faticoso. Ha una di quelle facce baffute da nero arabeggiante dallo sguardo sfuggente privo di sorriso. Quando ancora a Segou c'erano ufficiali francesi, funzionari dell'Office du Niger e viaggiatori che inseguivano la fascinazione esotica dell'impero coloniale, il cortile dell'Hotel Chez le Grand Griot era un luogo piacevole, rinomato per le serate fresche, profumate dall'odore delle bouganvillee in fiore e dei sigari delle Antille. Alle pareti del cortile salivano pinate rampicanti che fiorivano di colori caldi e intensi, mentre la notte era illuminata da tante luci basse sotto le quali conversare.
Stasera il cortile è quasi completamente buio. C'è solo una lampadina bassa sotto le piante e una luce che arriva dalla piccola stanza del portinaio affacciata sul cortile. Una parte del cortile è occupata da una tettoia interna in muratura dentro la quale ci sono alcuni tavoli e una televisione che crea uno spazio di luce azzurro-catodico in contrasto con il blu scuro delle notti sulle rive del Niger. Fino a poco tempo fa lì sotto c'era il ristorante dell'albergo, ma mi dicono che il servizio è stato eliminato da circa un anno. Di notte due vecchi vestiti con lunghe tuniche stanno lì dentro. Stanno immobili come due gatti al buio, seduti o stesi a dormire sulle panche, mentre alla televisione passano fino a tardi marabutti che predicano e cantano noiose cantilene.
L'altro lato del cortile è coperto da un pergolato rado e da qualche pianta. Sotto ci sono delle poltrone di pelle nera e un paio di tavoli bassi a cui siedono due ragazzi che fanno parte dello staff dell'albergo, anche se non ho capito bene la loro mansione. Oggi pomeriggio discutevano un po' concitati bevendo tè. La sera attraversano le poche luci fievoli ed eseguono gli ultimi ordini del padrone senza sorriso. Di notte tutti stanno lì sotto al buio silenziosi, ritti come in una veglia.
Non sembra ci sia noia in quel silenzio. Credo che la notte sia uno spazio e un tempo in cui sono più a loro agio rispetto a noi europei. Spesso nelle notti di questo viaggio, alla frontiera di Kayes, per le srade buie di Dakar o sulla Place de l'Independence di Bamako, mi sono domandato il perchè degli uomini, delle donne e dei vecchi in silenzio a sedere sulle panche alla luce della brace del fornello del tè. Forse semplicemente dormono ma non avendo un letto hanno imparato a farlo seduti o in piedi.
Fino alle camere del primo piano affacciate sulla grande veranda che dà sul cortile arriva per tutta la notte la musica bassa di una radiolina e si dorme con la consapevolezza della presenza silenziosa e immobile di queste persone laggiù al buio. Il pianerottolo delle camere del primo piano gira tutto attorno al cortile e vi si affaccia con delle balaustre traforate in muratura imbiancata.
Ho fatto il giro del primo piano di notte e molti tratti sono completamente bui. Mentre arrivi ai limiti di quelle zone d'ombra senti le ragnatele che si adagiano sul tuo viso. In quei tratti passano raramente gli ospiti dell'albergo. Se ti affacci a fumare una sigaretta appoggiato alla balaustra, lo sguardo è confuso dal gioco di ombre creato dagli archi del cortile e dalle decorazioni in rilievo che salgono lungo le pareti. Osservi ma non riesci a realizzare bene il senso di quegli orpelli e di quelle ombre che sembrano di una scenografia bladerunneriana.
Sono stato il tempo di una sigaretta ad osservare quella notte immobile, e mi apprestavo a rientrare nella mia camera calda, ipnotizzata dalla ventola che gira con il suo rumore ritmico e insistente. Dall'ingresso del cortile però ho visto entrare una ragazza nera un po' grassa in minigonna rossa, seguita da un ragazzo sui 30 anni. Lui la seguiva a qualche metro di distanza, era vestito abbastanza bene, e la ragazza sembrava una segretaria che lo stava conducendo in qualche importante ufficio, di fronte a qualche notabile burocrate che lo avrebbe messo in soggezione.
Hanno attraversato il cortile e sono entrati in una porta che dà verso un'area dell'albergo da dove, anche di giorno, arrivano le voci di ragazze che fanno il bucato o escono dalla doccia con le treccine lucide e la pelle nera bagnata appena coperta da piccoli asciugamani che fasciano il grande seno e scendono giusto fin sotto i fianchi. Verso le 10 di sera sono tre o quattro a sedere allegre su bassi sgabelli a sinistra dell'ingresso dell'albergo, sul bordo della grande strada sterrata e buia. Ogni tanto ridono forte e scherzano con la loro voce dal timbro colorato di soprani neri. La finestra della mia camera è proprio li sopra, ma la vista è coperta dalle chiome degli alberi.
La notte la ventola girava forte e rumorosa col suo ritmo allucinante, e mentre là sotto sudavo senza scampo mi sono svegliato al rumore di risate e urla che venivano da sotto la finestra. Mi sono rigirato cercando un lembo fresco sul lenzuolo moscio e sottile, con poco interesse per una notte che non posso capire perché troppo lontana. Il bagno della mia camera è sporco, non ha più la porta o forse non l'ha mai avuta. Comunque là dentro la lampadina è fulminata, lo sciacquone è completamente secco e il suo coperchio giace per terra assieme alla ciambella del water. Nessuno ha pensato a riparare sciacquone e ciambella, e nemmeno a raccogliere la ciambella da terra. Le lenzuola lise non sembrano pulite e hanno qua e là macchie rosse di zanzare schiacciate. Nel pomeriggio da sotto la porta era iniziata una massiccia invasione di formiche attirate non so da che cosa, forse da quella chiazza di caffè sul pavimento, anche se era difficile capire le loro intenzioni. Le ho sterminate innervosito con lo spry insetticida che avevo comperato contro le zanzare sul delta del Sine Saloum in Senegal.
La mattina di Segou è sempre fresca e pulita e la doccia fredda è una rivincita contro i demoni, il sudore e l'affanno della notte. Sono uscito per andare a raccogliere il bucato che avevo steso su un filo di fronte alla porta della mia camera e in basso, nel cortile, non c'era più nessuna delle silenziose presenze notturne: una coppia di ragazzi europei stava attraversando il cortile ombreggiato e si dirigeva verso l'uscita; una bella ragazza nera, con la gonna un po' corta, spazzava il cortile. Tutto, la mattina, sembrava più chiaro, meno torbido e misterioso.
Qualcuno, la prossima primavera, cercherà su Google qualche informazione su Segou per organizzare un viaggio in Mali. Forse leggerà le cose che ho raccontato a proposito dell'ex Chez le Grand Griot e lo eviterà. Penso poi che la prossima edizione della LonelyPlanet non parlerà più di questo albergo o probabilmente ne parlerà ma con qualche nota negativa in più rispetto alla già negativa recensione contenuta nell'edizione che ho nello zaino. Sempre meno turisti verranno qui e le ragnatele invaderanno sempre più gli angoli polverosi del cortile, mentre la pelle delle poltrone diventerà più dura e secca. Sugli archi imbiancati si aprirano crepe. (by Michele Costantini)
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